APPROFONDIMENTO RIPRODUZIONE UMANA MITICA 3B

fig5   determinazione del sesso 

gemelli-monozigotiGEMELLI MONOZIGOTI STESSO PATRIMONIO GENETICO(IDENTICI)

 

gemelli-dizigoti GEMELLI  DIZIGOTI (DIVERSI)

La gravidanza di settimana in settimana

Più o meno a metà fra una mestruazione e l’altra (ma non sempre) avviene l’ovulazione.

L’uovo maturo rilasciato dall’ovaia discende verso la tuba, dove avviene il concepimento se questi incontra uno spermatozoo. L’uovo può vivere 24 ore dopo essere stato rilasciato, mentre gli spermatozoi (che sono centinaia di milioni) possono vivere per diversi giorni nelle vie genitali femminili. La probabilità di rimanere incinta è maggiore se il rapporto sessuale avviene il giorno prima dell’ovulazione. Il prodotto del concepimento scende dalla tuba verso la cavità uterina, dove avviene l’impianto.

4-5 settimane

È possibile eseguire un test di gravidanza già il primo giorno dopo la mancata mestruazione, utilizzando preferibilmente le prime urine del mattino. Se positivo, raramente si tratta di un errore. Se negativo è meno affidabile (e deve essere ripetuto dopo qualche giorno).

L’embrione si fissa alla parete dell’utero (annidamento) con piccole "radici" che lo collegano alla circolazione sanguigna materna. Alla fine del primo mese non è più lungo di 5 mm, ma il cuore batte già, il cervello inizia a formarsi e il sesso è determinato (anche se ovviamente non si può ancora vedere con l’ecografia).

6-7 settimane

Il battito del cuore può essere visto con l’ecografia. Se non si vede, non è detto che non vi sia gravidanza, ma questa potrebbe essere iniziata dopo ("ridatazione ecografica").

Il cervello del bimbo inizia a svilupparsi. Alla fine di questo periodo l’embrione è lungo circa 10 mm

8-9 settimane

Se non ancora effettuato, conviene prendere l’appuntamento per il primo controllo in gravidanza non oltre questo periodo.

Procede la formazione di occhi, bocca, orecchie, mani e piedi, cuore, polmoni, reni, fegato e intestino. L’embrione cresce fino a 22 mm.

10-14 settimane

Alla 12a settimana il feto è completamente formato e d’ora in avanti dovrà crescere e maturare.

Il bambino si muove, ma i suoi movimenti non possono ancora essere avvertiti dalla mamma.

Con gli ultrasuoni si può auscultare il battito cardiaco: la sua frequenza è circa il doppio di quella di un adulto. Il bimbo cresce fino a circa 85 mm. e pesa 25 gr.

I sintomi fastidiosi della gravidanza (nausea, stanchezza, etc.) possono iniziare a migliorare.

È più raro abortire dopo queste settimane.

15-22 settimane

Il bimbo cresce rapidamente. I primi movimenti fetali vengono avvertiti dalla mamma all’inizio di questo periodo se si tratta di un secondo bimbo, o alla fine se si tratta della prima gravidanza. I primi movimenti vengono percepiti come un guizzo di pesce o un frullio d’ali. È bene iniziare un corso di preparazione al parto o almeno fare esercizi fisici idonei con regolarità.

A 22 settimane il bimbo pesa circa tre etti e mezzo.

23-30 settimane

Il bambino risponde agli stimoli sonori e tattili. Deglutisce piccole quantità di liquido amniotico ed urina nel sacco amniotico. Può avere il singhiozzo e si succhia spesso il pollice (per prepararsi all’allattamento). Il suo cuoricino può essere percepito dal papà se questi appoggia l’orecchio nel punto giusto dell’addome materno. La pelle del bambino è ricoperta da una sostanza grassa impermeabile che si chiama "vernice caseosa" e serve per proteggerla dal lungo periodo "in immersione". Il bimbo sente i rumori attorno a sé anche se attutiti dall’acqua. Ascolta anche le voci e le può riconoscere. Gradisce la musica. Può distinguere la luce dal buio.

Attenzione all’aumento di appetito: è importante non esagerare con l’alimentazione soprattutto a partire da questa epoca. È consigliabile anche un po’ di riposo, con le gambe sollevate.

Dopo la 24a settimana il bambino è "vitale", cioè ha probabilità di sopravvivenza in caso di parto prematuro. Alla 30a settimana la lunghezza dalla testa al podice è di circa 24 cm. Il peso è circa 1.400 gr.

Per chi lavora occorre redigere il certificato di astensione obbligatoria dal lavoro e farlo firmare al proprio ginecologo. I controlli ostetrici vanno effettuati due volte al mese.

31-36 settimane

Il bambino può già mettersi in posizione (a testa in giù). Tuttavia, se fosse podalico, potrebbe sempre girarsi spontaneamente anche nelle ultime settimane.

In questo periodo hanno inizio la maggior parte dei corsi di preparazione al parto.

È importante controllare che il feto si muova (minimo 10 movimenti dalla mattina alla sera, ma solitamente sono molti di più) e che le contrazioni non diventino frequenti o dolorose, né che vi siano perdite di liquido amniotico dalla vagina. Per questo è meglio tenere già preparata la borsa per l’Ospedale.

37-40 settimane

All’inizio del nono mese il feto compie i primi movimenti respiratori anche se non c’è aria nei suoi polmoni. Se la testina del bambino scende nella pelvi (di solito dopo la 38a settimana), anche la pancia della mamma si abbassa.

I controlli ostetrici si fanno quindicinali o settimanali.

Alla 40a settimana il bambino è lungo circa 50 cm.

Placenta, cordone ombelicale e sacco amniotico

La placenta è abbarbicata alla parete dell’utero e separa la circolazione materna da quella fetale. Inizia a formarsi a partire dalla 12a settimana. Attraverso la placenta, ossigeno e sostanze nutritive passano dalla mamma al bambino per mezzo del cordone ombelicale. Anche gli anticorpi passano dalla madre al feto, come pure alcool, nicotina e quasi tutti i farmaci.

Il cordone ombelicale è la linea di collegamento fra il bimbo e la mamma: al suo interno una strada porta le sostanze buone al feto, mentre un’altra strada riporta indietro gli scarti.

Il sacco amniotico è riempito di liquido, in cui il bimbo è immerso. Durante il travaglio e a volte anche prima, il sacco (o "membrane") si rompe e il liquido amniotico fuoriesce dalla vagina. Quando ciò si verifica occorre sempre ricoverarsi in ospedale.

Che cos’è l’ecografia

L’utilizzo dell’ecografia in ostetricia è ormai da tempo diffuso, tanto che in Italia si effettuano due o più esami ecografici alla quasi totalità delle donne gravide.

La Società Italiana di Ecografia in Ostetricia e Ginecologia (S.I.E.O.G.) ha divulgato le linee guida dell’ecografia in gravidanza ed ha proposto un esempio di foglio informativo per la paziente, da cui sono tratte alcune delle seguenti osservazioni.

Come funziona l’ecografia?

L’ecografia è una tecnica che consente di vedere gli organi del nostro corpo con l’utilizzo di onde sonore ad alta frequenza (ultrasuoni non udibili dall’orecchio umano) che attraversano i tessuti.

Il principio su cui si basa l’ecografia è lo stesso usato dai sonar delle navi per localizzare i sottomarini o i banchi di pesce.

In pratica l’ecografo funziona così: la sonda posta sull’addome materno invia impulsi di onde sonore nel corpo. Queste onde sonore in parte vengono riflesse dalla parete addominale e dalla parete dell’utero, creando echi. Quando le onde sonore arrivano al feto mandano altri echi o onde di contorno che sono trasformati in immagini sul monitor dell’ecografo. Con l’ecografia è quindi possibile osservare in modo dettagliato il feto dentro l’utero.

Che cosa si vede con l’ecografia?

Nei primi 2-3 mesi di gravidanza, con la misurazione della lunghezza del feto è possibile valutare se lo sviluppo del feto corrisponde all’epoca di gravidanza valutata in base alla data dell’ultima mestruazione. Talvolta questa data non è ricordata esattamente oppure le mestruazioni non sono regolari: un’ecografia eseguita nei primi tre mesi consente di datare con precisione l’epoca della gravidanza. Dalla fine del secondo mese si visualizzano l’attività pulsatile del cuore, i movimenti fetali ed il numero dei feti.

Più tardi, dal quarto mese in poi, si effettuano le misurazioni della testa, dell’addome e del femore fetale ed i valori di tali misure vengono confrontati con quelli delle curve di riferimento. Si può così valutare se le dimensioni del feto corrispondono a quelle attese per l’epoca della gravidanza. In questo stesso periodo si visualizzano la sede di inserzione placentare, la quantità del liquido amniotico e di alcuni organi interni (reni, vescica, stomaco, etc.).

Il sesso del feto è evidenziabile dal quarto mese: da questo momento la possibilità di definirlo dipende dalla posizione del feto. È perciò possibile anche a termine di gravidanza, non riuscire a determinare il sesso se la posizione del feto non è adatta.

È possibile valutare gli organi interni del feto. Oltre alle strutture che vengono misurate normalmente (testa, addome, femore) si visualizzano la vescica, i reni, lo stomaco e le strutture intracraniche. L’ecografia consente di visualizzare anche altre parti del corpo fetale (ad esempio il cuore), però esami dettagliati di certi organi vengono eseguiti solo quando vi sia l’indicazione specifica.

La possibilità di rilevare un’anomalia dipende dalla sua dimensione, dalla posizione del feto e dell’utero, dalla quantità di liquido amniotico e dallo spessore della parete addominale materna; perciò è possibile che anomalie fetali sfuggano all’esame ecografico. Inoltre alcune malformazioni si manifestano solo tardivamente (7°-8° mese) e non sono perciò visualizzabili in esami precoci.

Si sottolinea che, per i limiti intrinseci della metodica, è possibile che alcune lesioni, anche importanti, non siano rilevate.

Il Parto

Le maternità variano molto a seconda dell’Ospedale, per cui non sempre è possibile soddisfare i propri desideri anche quando questi siano più che legittimi (possibilità di travagliare in acqua calda, posizioni libere durante il parto, luci soffuse, musica dolce in sala parto, etc.).

Di norma la partoriente che si reca in ospedale deve passare per l’Accettazione.

In accettazione viene effettuata la visita interna, auscultato il battito cardiaco fetale, rilevata la pressione arteriosa, compilata la cartella clinica.

Se la paziente viene ricoverata, si trasferisce in reparto.

In sala travaglio viene eseguito il monitoraggio: si posizionano tramite due cinture elastiche, due trasduttori sull’addome materno. Uno registra le contrazioni uterine, l’altro l’attività cardiaca fetale. Il tracciato che ne deriva (tracciato cardiotocografico) consente di valutare lo stato di benessere del nascituro con buona approssimazione: permette cioè di diagnosticare una sofferenza del feto.

Quando è il momento la paziente viene trasferita in sala parto. Se lo desidera, in sala parto può entrare il proprio partner o un altro congiunto (madre, zia, sorella, amica).

In tutti gli ospedali dovrebbe essere offerta alla donna la possibilità di scegliere se usufruire o meno di una metodica di analgesia in travaglio e parto.

I TRE STADI DEL PARTO

Primo Stadio (periodo dilatante)

Graduale dilatazione del collo dell’utero. Nella primigravida il tempo dall’inizio del travaglio attivo (dilatazione almeno 3 cm) alla dilatazione completa (circa 10 cm) è compreso fra 6 e 12 ore. Questa prima parte del travaglio può essere dolorosa o spossante: è qui che si metteranno in pratica le tecniche apprese nel corso di preparazione o che in alternativa si potrà richiedere l’analgesia.

Se le contrazioni si diradano o non sono valide (cioè sono poco efficaci) è possibile somministrare l’ossitocina in fleboclisi, farmaco di natura ormonale che stimola l’utero a contrarsi e – a bassi dosaggi – serve a regolarizzare un’attività contrattile uterina non coordinata.

Secondo Stadio (periodo espulsivo)

Espulsione del bimbo attraverso il canale del parto. Può durare un’ora o due.

Spesso è possibile scegliere la posizione preferita, in cui una donna si sente meglio di riuscire a "spingere" (seduta, in piedi, sdraiata, in ginocchio, carponi, accovacciata). Queste posizioni si possono anche alternare l’una all’altra.

All’inizio di ogni contrazione, dopo due respiri profondi, si inizia a spingere verso il basso (con lo stesso meccanismo con cui ci si scarica) trattenendo l’aria nei polmoni. Fra una spinta e l’altra si riprende fiato, cercando di sfruttare al massimo ogni contrazione (circa 3-4 spinte per contrazione).

Il periodo di tempo compreso fra una contrazione e la successiva serve per riposarsi e riacquistare le forze. La presenza del partner può essere di grande aiuto, ma è l’ostetrica che guiderà con armonia il processo. Quando la testina del bimbo si affaccia ai genitali esterni, la partoriente può vederla con uno specchio o toccarla con la propria mano (per rendersi conto, se lo desidera, di quello che sta accadendo). Ad un certo punto l’ostetrica dirà di non spingere più o di farlo con molta delicatezza, per evitare lacerazioni o trazioni eccessive. Molto spesso si rende necessario praticare un piccolo taglio (episiotomia) in anestesia locale, per allargare lo spazio o accorciare i tempi del parto qualora il bimbo fosse in debito di ossigeno.

Dopo la testa, escono le spalle (occorre un’altra spinta) e poi il resto del corpo.

Prima di recidere il cordone ombelicale è spesso possibile abbracciare il bambino, tenendolo stretto a sé (primo contatto). Poi il cordone viene clampato con due mollette e tagliato (il partner può farlo se lo desidera, sotto la guida dell’ostetrica).

Il neonato viene asciugato affinché non si raffreddi troppo e se il pediatra verifica che tutto è nella norma sarà possibile tenerlo ancora per un po’ di tempo e coccolarlo o attaccarlo al capezzolo.

Poi viene portato a fare il bagnetto (per pulirlo dalla vernice caseosa, che è quella sostanza bianca e grassa che lo ha protetto quando era immerso nel liquido amniotico), cui può assistere anche il papà.

Il bambino viene visitato, misurato e pesato. Il "punteggio di Apgar" è un indice grossolano dello stato di benessere del neonato che valuta 5 parametri: battito cardiaco, respiro, colorito, tono muscolare e riflessi. Questo punteggio si esprime con un voto fino a 10, che viene assegnato dopo un minuto dalla nascita e nuovamente dopo 5 e 10 minuti. Più preciso è il pH neonatale, che si dosa sul sangue del cordone ombelicale ed esprime meglio le condizioni di ossigenazione del feto.

Terzo Stadio (secondamento)

Espulsione della placenta. Avviene dopo 10-20 minuti, ma in assenza di emorragia si può aspettare anche un’ora. Un’iniezione intramuscolare può essere praticata per agevolare questo tempo ed evitare un’eccessiva perdita di sangue se l’utero fatica a contrarsi adeguatamente. Espulsa la placenta, l’ostetrica la esamina accuratamente controllando entrambe le facce (materna e fetale), separando le membrane e notando la modalità di inserzione del cordone ombelicale. La paziente può chiedere di vedere la propria placenta, se lo desidera. Il secondamento si dice completo se non rimangono in cavità uterina frammenti di placenta o lembi di membrane.

Se si evidenziasse una perdita di sangue abbondante o se dopo un’ora la placenta non si fosse ancora staccata, si procederà al "secondamento manuale" in anestesia generale (l’ostetrico rimuove la placenta con la mano ed effettua una revisione della cavità uterina.

Il taglio cesareo

A parte condizioni specifiche (presentazione podalica, placenta previa, distacco di placenta, prolasso di funicolo, necessità di estrarre prematuramente un feto perché non cresce più, varie malattie materne di diversa gravità), oggi una donna va incontro più frequentemente al parto cesareo in tre situazioni:

la dilatazione del collo uterino non procede come dovrebbe (distocia cervicale)

la progressione della testa fetale non avviene correttamente (sproporzione feto-pelvica)

il battito del bambino registrato con il monitoraggio non è soddisfacente (sofferenza fetale)

L’intervento di taglio cesareo è ormai una tecnica standardizzata, i cui rischi sono limitati anche se non assenti. L’anestesia può essere generale, ma più spesso "spinale" (ed anche in questo caso le complicazioni sono molto minori di un tempo).

Dovrebbe essere considerato ammissibile che una donna possa scegliere di partorire tramite taglio cesareo, anche senza una reale indicazione. Qualora lei temesse per il parto vaginale un aumentato rischio di danni perineali (con futuri problemi di incontinenza urinaria e prolasso genitale), di danni alla sfera sessuale, di danni feto-neonatali, o anche per semplice comodità, dovrebbe poter essere lasciata libera di scegliere. Deve però sapere che non si è mai potuto dimostrare che un parto per via vaginale condizioni una maggiore incidenza o gravità delle predette situazioni cliniche rispetto ad un parto cesareo. E deve anche essere informata sui rischi dell’intervento chirurgico e possibili successive complicazioni in campo sia ginecologico che ostetrico.

Allo stesso modo – debitamente informata in modo chiaro ed esaustivo – la paziente dovrebbe essere lasciata libera di decidere se, dopo un precedente taglio cesareo, voglia sottoporsi al travaglio di prova per il parto per via vaginale oppure se desideri effettuare nuovamente un taglio cesareo (programmato).

Dopo il parto – sia vaginale che cesareo – la puerpera viene tenuta sotto osservazione per due ore prima di essere trasferita in stanza. Ciò serve a diagnosticare tempestivamente complicazioni che raramente potrebbero presentarsi (soprattutto emorragiche).

In reparto verrà poi controllata quotidianamente dall’ostetrica, mentre il giro mattutino del ginecologo e del pediatra hanno lo scopo di verificare che tutto proceda normalmente e di dare informazioni alla donna sulla propria salute e su quella del neonato.

Dal lato emozionale sarebbe molto utile che il neonato venisse lasciato vicino alla madre almeno per le prime ore di vita e che anche in seguito fossero limitati i periodi di allontanamento.

Nelle maternità ospedaliere si adotta frequentemente l’abitudine di separare madre e bambino. Poco dopo la nascita il bambino viene trasferito in un altro reparto. NIDO o NURSERY è il locale dove vengono di solito portati i neonati. Il bambino che deve essere allattato viene portato alla madre solo dopo diverse ore.

Tuttavia in alcune di queste maternità esiste la possibilità del ROOMING-IN, situazione in cui durante il puerperio la madre può tenere accanto a sé nella stessa camera il neonato per la maggior parte della giornata (con la possibilità dell’allattamento a richiesta). Durante le ore notturne il neonato viene trasferito al nido, per essere poi riportato alla mamma per la prima poppata del giorno successivo.

La placenta

La placenta è l’organo di scambio fra la mamma e il bambino durante la gravidanza: trasporta al bambino il nutrimento e l’ossigeno, allontana i suoi prodotti di rifiuto e assicura, a partire dalla 12° settimana di gestazione, la produzione degli ormoni necessari per il corretto proseguimento della gravidanza.

Si posiziona in genere nella parte superiore o centrale dell’utero, nel punto in cui lo zigote (la cellula che si crea dall’unione dello spermatozoo con la cellula uovo materna) si annida nella parete. Può anche accadere, raramente, che la placenta sia bassa (in termini medici di dice "previa"): ciò può costituire un problema, in quanto una placenta bassa ostacola il passaggio del bambino attraverso il canale cervicale (la parte inferiore dell’utero che sbocca poi in vagina), rendendo praticamente impossibile il parto per via vaginale.

Come è fatta la placenta? La placenta ha una consistenza spugnosa e presenta una forma tondeggiante, simile a quella di una focaccia: il lato che guarda verso il feto è levigato, piatto, di colore bianco-bluastro ed ha, innestato nel centro, il cordone ombelicale, mentre il lato opposto, dall’aspetto di un irregolare acciottolato rosso scuro, è costituito da una parte della mucosa (il tessuto di rivestimento interno) dell’utero. Al termine della gravidanza la placenta può arrivare a pesare 500-600 grammi, ad avere uno spessore 2-4 centimetri e a raggiungere un diametro di 20 cm o poco più.

Come funziona? La placenta è costituita, al suo interno, da tante ramificazioni, dette "villi coriali". Questi villi si addentrano e si ramificano nella mucosa uterina, formando come degli alberelli con una chioma folta, che si immergono in laghetti sanguigni formati da sangue materno proveniente dalle arterie uterine. All’interno di ogni villo circola il sangue del bambino e la parete del villo si comporta come un filtro che consente il passaggio solo di alcune sostanze: l’ossigeno e l’anidride carbonica, le sostanze nutritive, alcuni ormoni, le scorie prodotte dal metabolismo del feto, numerosi farmaci, alcuni batteri e virus (anche potenzialmente pericolosi per il prodotto del concepimento), anticorpi materni. In questo processo di scambio, però, il sangue della mamma e quello del bambino non si mischiano mai. Ecco spiegato il motivo per cui un bambino con un gruppo sanguigno diverso da quello materno può crescere nel grembo materno senza alcun problema.

Dopo la nascita, in quello stadio del parto che, in termini medici, viene chiamato "secondamento", la placenta si stacca dalla parete dell’utero e viene espulsa con una spinta o estratta manualmente dal ginecologo.

Il parto: gli eventi principali

Il primo sintomo dell’inizio del travaglio è un aumento dell’intensità dolorosa delle contrazioni, che si susseguono ad intervalli regolari di tempo, all’inizio una ogni mezz’ora e poi con una frequenza sempre più ravvicinata. In questa fase il collo dell’utero inizia ad accorciarsi, poi si appiana ed infine inizia a dilatarsi. A questo punto la futura mamma è ancora a casa e ha tutto il tempo per prepararsi e raggiungere con calma l’ospedale.

È possibile inoltre che venga espulso il cosiddetto "tappo di muco" che, fino allora, chiudeva l’imboccatura del collo dell’utero, isolandolo dall’ambiente esterno. Qualche volta si può invece verificare la rottura delle acque: in tal caso la fuoriuscita del liquido amniotico, assolutamente indolore, bagna la futura mamma di un liquido caldo, limpido e trasparente come acqua, talvolta contenente delle particelle bianche, simili al latte cagliato, che altro non sono che fiocchi di vernice caseosa. Nel caso di rottura delle acque è però opportuno affrettarsi a raggiungere la sede del parto.

Una volta ricoverate in ospedale la donna viene visitata dal ginecologo o dall’ostetrica, che verificano di quanti centimetri si è dilatato il collo dell’utero. Successivamente si viene condotte in sala travaglio, dove si effettua il "monitoraggio", cioè la registrazione della frequenza cardiaca del bambino al fine di controllarne la regolarità. Nel frattempo il collo dell’utero continua ad allargarsi e le contrazioni si fanno più intense, lunghe e ravvicinate: possono durare 50-60 secondi o più e susseguirsi a distanza di 2-3 minuti l’una dall’altra.

Quando il collo dell’utero è così dilatato da permettere il passaggio della testa del bambino, inizia la fase di espulsione: la futura mamma prova un irresistibile bisogno di spingere. Viene allora condotta in sala parto, fatta sdraiare su un lettino e invitata a contrarre i muscoli addominali con uno sforzo simile a quello richiesto durante la defecazione. Ogni singola spinta deve essere protratta il più a lungo possibile e in modo continuativo, non a scatti. Nel frattempo il piccolo scende compiendo alcuni movimenti e rotazioni che gli permettono di far comparire la testa all’imboccatura della vagina. Il ginecologo o l’ostetrica aiutano le spalle a scivolare fuori e poi, con un movimento a spirale, fanno uscire il resto del corpo.

Il cordone ombelicale viene stretto tra due pinze, in modo da arrestare il passaggio del sangue, e tagliato con una forbice nel punto intermedio. Dopo circa 5-10 minuti (ma qualche volta anche dopo mezz’ora) l’utero si contrae nuovamente per espellere la placenta e le membrane che formavano il sacco amniotico: è il "secondamento", la fase conclusiva del parto.

La gravidanza gemellare

La gravidanza multipla

Sui trattati di ginecologia e ostetricia la gravidanza gemellare o meglio la gravidanza multipla, è inserita nelle sezione dedicata alla patologia ostetrica. Tanto accade poiché questo tipo di gravidanza manifesta, con maggior frequenza rispetto alla gravidanza singola, i due problemi più gravi della moderna ostetricia: il parto prematuro e il basso peso alla nascita.

Sono frequenti anche complicanze come l’interruzione abortiva, la morte endouterina di uno o più feti, disturbi più frequenti e accentuati per la madre, una maggiore produzione ormonale causata dall’aumento della massa placentare, un maggior sviluppo del volume uterino, un frequente eccesso di peso corporeo della gestante, una mortalità sia per il nascituro sia per la donna incinta superiore in termini percentuali rispetto alla gravidanza singola. La gestosi compare in circa il 30% delle gravidanze gemellari o multiple.

Non dimentichiamo che la riproduzione umana, al contrario della maggior parte dei Mammiferi, è normalmente unipara essendo partorito di norma un solo feto, quindi, una gravidanza gemellare è definibile come un’eccezione.

Il tutto non deve spaventare troppo i genitori. In seguito al notevole incremento di gravidanze multiple – riconducibile all’avvento dei metodi d’induzione dell’ovulazione – nel corso degli ultimi anni la scienza ginecologica cerca, diligentemente, di annullare le differenze rispetto alla gravidanze singola. La frequenza, con la quale si possano eventualmente e malauguratamente verificare problemi, è comunque direttamente proporzionale al numero dei feti.

La gravidanza multipla si distingue in gravidanza gemellare o bigemina quando sono presenti due feti, trigemina quando i feti sono tre e, cosi via, in quadrigemina, pentagemina etc. In termini percentuali la frequenza della gravidanza gemellare o bigemina e di circa 1/80, tale frequenza si riduce in maniera esponenziale con l’aumentare del numero dei feti secondo la regola di Hellin (1865). I parti trigemini avranno una frequenza pari al quadrato dei parti bigemini (802 quindi 1/6.400), quelli quadrigemini una frequenza pari al cubo dei bigemini (803 quindi 1/512.000) e cosi via.

In genere le gravidanze multiple spontanee producono la nascita di gemelli sia monozigoti sia dizigoti laddove, quelle derivanti da cure per incrementare la fertilità, sono esclusivamente dizigotiche. Sarebbe in ogni caso possibile l’impianto d’embrioni derivanti da un singolo uovo fecondato in vitro. Un rarissimo esempio di gravidanza multipla spontanea tricoriale con totale monozigotismo è rappresentato dalla nascita delle famosissime cinque gemelle Dionne.

Gemellarità monozigota

La gemellarità monozigota o uniovulare si verifica quando la cellula uovo, fecondata dallo spermatozoo, subisce uno sdoppiamento. Le parti che ne derivano hanno singolarmente la potenzialità di dar vita ad un intero organismo.

In questo caso i nascituri avranno identico patrimonio genetico (identico DNA), saranno d’identico sesso, presenteranno i medesimi antigeni e lo stesso gruppo sanguigno. Dei veri e propri “cloni” naturali.

I gemelli monozigoti sono il risultato, quindi, di una forma di riproduzione asessuata, un evento che almeno da un punto di vista evolutivo rappresenta un ritorno alle origini.

Al contrario dei gemelli dizigoti in cui la situazione embriologica è generalmente bicoriale (due placente) e biamniotica (due amnios o sacchi ovulari), i gemelli monozigoti presentano una situazione embriologica che si può riassumere, di norma, in tre tipologie:

Gravidanza bicoriale e biamniotica.

Due placente e due sacchi amniotici lo stesso che nel caso della gemellarità dizigotica. Accade quando la separazione dell’embrione avviene nei successivi tre o quattro giorni dalla fecondazione. Frequenza intorno al 29% dei casi.

Gravidanza monocoriale e biamniotica. Una placenta e due sacchi amniotici. Indica una separazione embrionale avvenuta dal quinto all’ottavo giorno dopo la fecondazione. E’ la situazione più frequente, si verifica in circa il 70% dei casi.

Gravidanza monocoriale monoamniotica. Una placenta e un solo sacco amniotico. Dal nono al quattordicesimo giorno. Frequenza 1%.

Questo tipo di gemellarità è più rara rispetto a quella dizigotica verificandosi con un rapporto di tre a sette.

Gemellarità dizigota

La gemellarità dizigota o biovulare deriva invece dallo sviluppo di due cellule uovo fecondate da due spermatozoi. I nascituri potranno essere sia di sesso diverso sia dello stesso sesso ma non saranno geneticamente simili. E’ possibile assimilarli a comuni fratelli.

Esistono poi differenti tipologie di gemellarità come i gemelli siamesi, i monozigoti con differente cariotipo, i casi di feto nel feto, la sindrome del gemello scomparso, il feto papiraceo, i casi di chimere. Esse, però, esulano dal fine divulgativo di questa pagina.

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